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		<title><![CDATA[BLOG]]></title>
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			<title><![CDATA[Il Cuculo di Monterberry]]></title>
			<author><![CDATA[Francesca Romano]]></author>
			<category domain="http://monterberry.it/blog/index.php?category=storie_vere"><![CDATA[storie vere]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000A"><div>A chi non è &nbsp;mai capitato di sentire un suono, una melodia o una canzone e tornare con la mente ad un momento del passato, &nbsp;rivivere sapori, colori, sensazioni, emozioni che riaffiorano e in un attimo ti ritrovi catapultato indietro nel tempo. </div><div>A volte basta una canzone altre volte un profumo, nel mio caso i viaggi nel tempo arrivano quando i profumi e le fragranze della &nbsp;montagna si miscelano magistralmente con i suoni che una natura quasi primitiva di questo posto emette. </div><div>Quando arrivo nell'Azienda Agricola Monterberry, un concerto di suoni mi avvolge e immersa nella natura sono costretta a mettere in pausa mente e &nbsp;pensieri .... che presto si ritrovano a vagare lontani nel tempo e nello spazio. </div><div>Un accordo di suoni che si perdono nell' immensità e la grandezza della montagna scatenando in me emozioni e ricordi. </div><div>Qui tutto ha il suo ritmo, il cinguettio degli uccelli, il fruscio delle foglie del bosco mosse dal vento, il dolce dondolare dei campanacci delle mucche al pascolo che regalano note colorate e compongono una musica armoniosa. </div><div>Oggi però mancano delle note a questa musica, delle notche che però io sento nonostante non ci siano. </div><div>Riempio il vuoto &nbsp;e sento il suono delle zappe, il fruscio ritmato delle falci che scorrono con le lame sulle erba per la prima mietitura del fieno primaverile, il vociare delle donne che si accingono alle semine di patate e fagioli e mi sembra di distinguere in quel vociare la risata di mia nonna che sempre sentivo da bambina e sembrava dovesse essere così per sempre. </div><div>Rivedo i pastori con le loro greggi &nbsp;sazie scendere dalla montagna, vedo all'ombra degli alberi borracce e tascapane serviti per portarsi il pranzo della giornata, un pezzo di pane e un po di companatico. </div><div>Vedo e sento la vita dei pastori e contadini di montagna. </div><div>Vedo e sento il mio passato. </div><div>In questo vortice di ricordi improvvisamente un suono riecheggia &nbsp;nella vallata, e ripetutatemente continua riportandomi alla realtà. </div><div>Cu-cu, Cucu', cu-cu, cucu'... </div><div>Quell'insistente cantilena e' tornata.... durante l'inverno quasi se ne e' sentita la mancanza ...il cuculo. </div><div>Con il suo cante diventa predominante su tutto e tutti, nascosto nel bosco o tra la macchia si nega alla vista. </div><div>Ci penso...non credo di averne mai visto uno...</div><div>da sempre &nbsp;si ferma in questa montagna....me lo ricordo con i suoi lunghi canti così strani e unici rispetto agli altri uccelli, &nbsp;ma non ricordo di averlo mai visto da vicino. </div><div>Chi è davvero il cuculo? </div><div>Qual'e' il suo compito nel mondo? </div><div>Un clic e cerco sul web la sua storia.... </div><div>Ciò che scopro mi lascia davvero a bocca aperta. </div><div>E' un uccello migratore, che trascorre gli inverni in Africa, ( furb...se ne va al calduccio....ecco perché non lo si sente cantare durante i mesi invernali) a primavera ritorna prediligendo i boschi e la fitta vegetazione delle montagne d'Europa. </div><div>Fin qui tutto quasi normale, a parte un pizzico di orgoglio nel sapere che questo bizzarro animaletto ha viaggiato tanto per venire poi a rompere... il silenzio delle mie montagne, ma il peggio devo ancora scoprirlo... </div><div>Si perche' quello che mai potevo immaginare è che si trattasse di un &nbsp;parassita ed un vero e proprio opportunista. </div><div>No no... non sto esagerando... mai termini sono stati più appropriati per definire ciò che fa questo uccello. </div><div>Egli infatti non costruisce un suo nido, ma si appropria di quello di altri uccelli. </div><div>La femmina del cuculo, individua Il nido di altri piccoli uccelli e appena questi depongono le uova, &nbsp;alla prima occasione si introduce nel nido, elimina una delle uova, &nbsp;depone il suo uovo e vola via. </div><div>Penso ... ah‼... </div><div>...si risparmia di nidificare... si libera della prole ancor prima di covarla, e si gode la vita... un vero viver...questo cuculo. </div><div>Ma non &nbsp;finisce qui... infatti pare che, </div><div>le uova del cuculo schiudano dopo soli 12 giorni, molto prima rispetto a quelle di altri uccelli e il pulcino quando vieni alla luce seguendo il suo senso istintivo genetico si sbarazza delle altre uova presenti nel nido non ancora schiuse. </div><div>A questo punto i genitori adottivi ingannati da questo comportamento nutrono il Cuculo come se fosse loro per 2-3 settimane fino all' involo. </div><div>Insomma non potevo credere a tale cattiveria, ma pare sia proprio così la faccenda... </div><div>Forse a pensarci bene il suo canto non mi è mai piaciuto troppo...inconsciamente me lo dovevo aspettare &nbsp;che fosse un poco di buono...</div><div>E come spesso accade agli umani ...anche tra gli animali c'e' chi se ne approfitta usando l' astuzia &nbsp;e i sacrifici altrui per godersi la vita.</div><div>Se vuoi sentirlo cantare... ti assicuro che non si farà desiderare...</div><div>Vieni a trovarmi alla prossima giornata Open Day Monterberry.</div><div>Ti aspetto.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 31 May 2021 15:39:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[2 Lupi e 20 Pecore]]></title>
			<author><![CDATA[Francesca Romano]]></author>
			<category domain="http://monterberry.it/blog/index.php?category=eventi"><![CDATA[eventi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000006"><div><span class="fs14lh1-5">Vi ripropongo un simpatico gioco da tavola di una volta, quando il tempo libero non era molto, ma spesso nelle ore calde del giorno quanto le greggi riposano... o alla sera al rientro dal lavoro nei campi si era soliti trascorrere momenti conviviali con la famiglia e gli amici.</span></div><div>Non era possibile guardare la tv o vagare sui social... e spesso i giochi richiamavano la vita &nbsp;e le attività rurali, come questo di cui vi parlo oggi che simboleggia l’attività della pastorizia.</div><div>Questo gioco nasce in Piemonte, precisamente nel paesino di Ungiasca dove, sulle pietre del muretto davanti la chiesa parrocchiale, i pastori avevano inciso lo schema di un tavoliere a croce e lì si fermavano a giocare.</div><div> Il lavoro molto duro e sacrificato della pastorizia non impediva di ritagliarsi un momento di riposo, di svago, di unione familiare e divertimento.</div><div>Considerato che a Monte San Giacomo era prevalente l' attività di agripastorizia, ecco che mi è sembrato davvero simpatico riprendere questo gioco, acquisirne le regole e far incidere lo schema su pezzi di legno in modo da poterci giocare e proporlo agli ospiti &nbsp;durante le giornate degli Open Day Monterberry.</div><div>Come pure i vecchi giochi de” La Settimana” e “La Campana”, la sfida “Due Lupi e Venti Pecore”, rappresenta un gioco molto antico &nbsp;che metteva in competizione i partecipanti attraverso una sfida.</div><div>Nello specifico il gioco "Due Lupi e Venti Pecore" ha un principio molto semplice: uno o pochi contro tanti. </div><div>Bastava uno schema spesso inciso o intagliato e delle pedine, realizzate utilizzando dei fagioli, bianchi per le pecorelle, &nbsp;neri per i lupi.</div><div> E via con l'abilità a sfidare la sorte che toccava alle tante pecorelle, in balia di un lupo feroce ed affamato a cui difficilmente riuscivano a scappare!</div><div>Si tratta di un gioco simile alla Dama ma non si parte alla pari con un numero uguale di pedine, no, è un gioco con sproporzione di pedine a testimonianza della disparità spesso presente in passato in alcuni stati sociali (pochi contro molti).</div><div>Il significato di questo antichissimo gioco pare &nbsp;riproponga &nbsp;anche un rituale di fertilità. </div><div>La scelta del lupo infatti, non è casuale; </div><div>questo animale era considerato grande predatore ed era in competizione con gli stessi uomini cacciatori i quali, per propiziare una buona caccia o per proteggere gli armenti, cercavano di onorare l’animale sia per ingraziarselo ed evitare che gli sottraesse il sostentamento, sia per poter ereditare dallo stesso la capacità di caccia.</div><div>Quindi non solo un gioco ma anche un simbolo propiziatorio.</div><div>ECCO IL REGOLAMENTO: </div><div>Il diagramma è composto da 5 quadrati disposti a croce nei cui nodi vengono posizionati venti fagioli bianchi rappresentanti altrettante pecore e due &nbsp;fagioli neri che invece sono i lupi.</div><div>2 partecipanti, uno ha 20 pecore, (le pedine simboleggiate dai fagioli bianchi), l’altro 2 lupi (le pedine simboleggiate dai fagioli scuri).</div><div>Il braccio meridionale della croce è l’ovile, ed è qui che devono far ritorno le pecore.</div><div>Le pecore però non possono entrare nell’ovile perché proprio lì stanno in agguato i due lupi. </div><div>Le pecore possono muoversi di un punto per volta, solo lungo i segmenti orizzontali e verticali.</div><div>I lupi invece, possono spostarsi di un punto per volta, sia lungo i segmenti orizzontali che verticali ed in più anche secondo i segmenti diagonali.</div><div>I lupi possono mangiare le pecore saltandole ed andando in un punto retrostante purché libero, come nel gioco della dama.</div><div>Se un lupo può mangiare la pecora, deve mangiarla! </div><div>Le pecore possono bloccare il lupo nei movimenti.</div><div>La prima mossa tocca alle pecore che, come sacrificio, cominciano a farsi mangiare dai lupi. </div><div>Vincono se riescono ad entrare nell’ovile in 9 pecore, occupando i 9 punti del braccio meridionale della croce.</div><div>Pronti a giocare?</div><div>Allora vi aspettiamo ai nostri Open Day Monterberry per farlo i insieme. </div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 06 May 2021 13:40:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Storie di un Diario di Montagna]]></title>
			<author><![CDATA[Francesca Romano]]></author>
			<category domain="http://monterberry.it/blog/index.php?category=storie_vere"><![CDATA[storie vere]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000005"><div>E' tempo di raccogliere ciò che la Terra ha trasformato partendo da un seme, per arrivare ad un prodotto buonissimo.</div><div>È tempo di scavare le patate o come diciamo in gergo dialettale qui a Monte San Giacomo, "cavare".</div><div>Per chi ha deciso di fare agricoltura tradizionale, rigenerativa e biologica seguendo la stagionalità delle coltivazioni non è tutto così semplice come può sembrare o come magari può esserlo per chi fa agricoltura in zone pianeggianti lavorabili con macchine e attrezzature agricole.</div><div>I territori Montani presentano una difficoltà in più, poiché il lavoro manuale è ancora l'unico possibile e prevalente.</div><div>Solo in piccola parte i terreni possono essere coltivati con macchine ed attrezzature.</div><div>Riprendere le coltivazione di questi terreni non è stato semplice e ogni volta il piantare e raccogliere non sono soli dei semplici gesti, ma un vero e proprio rituale che porta con sé ricordi e tradizioni.</div><div>Queste attività mi riportano indietro negli anni e mi ritrovo di nuovo bambina quando insieme ai nonni in questi stessi campi si ripetevano gli stessi gesti di oggi.</div><div>Ricordi ancora così vividi di quel tempo ormai passato che difficilmente potrà tornare.</div><div>Ovviamente io ero più un'osservatrice che una lavoratrice, ma anche per me c'era qualcosa da fare.</div><div>Mi rivedo seduta in un solco di terra, fresca e profumata, appena smossa dalla mia nonna con la zappa per scavare le patate, che venivano lasciate lì in tanti piccoli mucchi, e sarebbero poi state raccolte in sacchi e portate a casa.</div><div>A volte ero io quella addetta a questa operazione, ma il più delle volte coglievo l'occasione per evadere da quel contesto, e mi ingegnavo nell'auto realizzazione del mio gregge di asinelli.</div><div>Sorrido a quel ricordo, che oggi osservo come se fossi su un altro pianeta nel futuro... vedo una bambina che senza pensieri in un polveroso terreno di "terrapuglia" è orgogliosa e felice, contenta di realizzare il suo gioco.</div><div>Agli argini degli apprezzamenti di solito si piantavano, zucche, cavoli e rape e così quando le patate venivano scavate queste continuavano a restare per la produzione di verdure da utilizzare durante l'inverno o per alimentare i maiali .</div><div>Mentre tutti erano impegnati nel portare avanti la raccolta delle patate, io mi guardavo intorno in cerca di distrazioni.</div><div>Non avevo bisogno di molto, solo di una buona dose di fantasia e ciò che avevo intorno a me.</div><div>Iniziavo con il raccogliere legnetti e rami, occorreva trovarne della giusta misura e quantità, poi dovevo convincevo nonna ad autorizzarmi alla raccolta di &nbsp;piccole zucche e a rubacchiavo dai mucchi qualche patata.</div><div>Ecco fatto!!</div><div>Ora la realizzazione del mio asinello poteva avere inizio.</div><div>Con che orgoglio lo mostravo ai presenti!!!</div><div> e potevo creargli nel terreno un percorso, fatto di ostacoli...che come una pista si distribuiva lungo tutto il terreno in cerca di un carico da trasportare sulla sella, anche essa creata con dei legnetti conficcati direttamente nella pancia.</div><div>Un gioco che mi permetteva di trascorrere il tempo senza essere di intralcio a chi invece portava avanti il lavoro dei campi fino a sera, quando titti insieme si tornava a casa stanchi ma soddisfatti ognuno del proprio operato.</div><div>Erano giornate semplici, dove si apprezzavano le piccole cose, e dove per essere felici bastava spesso non avere la preoccupazione che di piatto in tavola caldo e fumante.</div><div>Oggi la realtà è diversa, molti più agi sono presenti nella nostra quotidianità, ma allora perché quei ricordi così semplici quasi fanno commuovere il cuore?</div><div>Forse è proprio ricercando ancora una traccia di quelle emozioni che mi illudo di ritrovarle oggi quando continuo a portare avanti un progetto come quello dell'Azienda Agricola Monterberry. </div><div>Coltivare questi terreni non è solo finalizzato ad ottenere buoni prodotti, ma ogni anno con il ripetersi dei gesti di semina e raccolta mantengo in vita quei ricordi di sentimenti ormai perduti.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 06 May 2021 13:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Una storia di Pastori e Transumanze ]]></title>
			<author><![CDATA[Francesca Romano]]></author>
			<category domain="http://monterberry.it/blog/index.php?category=storie_vere"><![CDATA[storie vere]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000004"><div>Circa una ventina di anni fa, dove oggi vi è l'Azienda Agricola Monterberry vi era invece una famiglia che viveva di pastorizia, la mia.</div><div>Infatti con la mia famiglia si passavano gli inverni sulle coste Cilentane e le estati si ritornava in paese seguendo il rito della transumanza.</div><div>In prima persona ho vissuto questa realtà e la mia infanzia è colma di momenti che riportano la vita dei pastori...e se chiudo gli occhi posso riviverne ancora le scene, gli oggetti...e riascoltare i suoni che scandivano il passare delle lunghe giornate passate in solitudine ad accudire il gregge. </div><div>No non ero proprio sola, ad affiancarmi c'erano un grosso cane maremmano "Lione " un San</div><div>Bernardo "Capitano", ed un pastore Belga ,"Nerone".</div><div>I primi due più che curarsi di me, custodivano il gregge, infatti portavano al collo un pesante collare di ferro con tutto intorno chiodi appuntiti che servivano proteggere le loro giugulari in caso si fossero dovuti battere a seguito di un &nbsp;attacco di lupi al gregge.</div><div>Mentre "Nerone" mi aiutava nella gestione del gregge, ma per la maggior parte del tempo, era il mio compagno di vita, e spesso di giochi e di confidenze, infatti mi ritrovavo di continuo a parlare con lui quando non avevo più argomenti da discutere con me stessa.</div><div>Oltre ai cani a volte mi accompagnava anche una giumenta, di colore arancione con una striscia sulla fronte, "Piccirella", che però il più delle volte veniva a cercarmi solo per scroccarmi un pezzetto di pane, visto che trascorreva le giornate quasi sempre libera al pascolo, ad eccezione di quando occorreva il suo lavoro nei terreni.</div><div>Piccirella era indispensabile nel trasporto delle gregne di grano prima della mietitura, nella distribuzione del letame che dalla stalla veniva distribuito su tutti i terreni, per tirare l'aratro durante l'aratura dei terreni e per scavare le patate.</div><div>Insomma era una facente funzione di una moderna motoagricola e io il suo autista🙄.</div><div>Ad oggi nell' Azienda agricola Monterberry, non vi sono più animali, ma le coltivazioni dei terreni sono rimaste in parte le stesse di allora e oltre alle ortive ( patate, fagioli, zucche, granoturco...)che allora erano coltivate per sopperire il fabbisogno della famiglia, l'erba medica era presente nella parte circostante il fabbricato "ovile e fienile" era per le provviste di fieno necessario in autunno al gregge ad integrazione del pascolo libero.</div><div>Mi piace ricordare quel periodo, che seppure pieno di lavoro, sacrifici e privazioni, ha lasciato segni nella personalità e nel carattere che oggi porto con me che mi hanno forgiato nel carattere e nei pensieri.</div><div>Ecco perché ho deciso di raccogliere tutti gli oggetti che rappresentano il passato di questo posto, e che affiorano tra i pensieri oltre che dai bauli e negli angoli ormai abbandonati della vecchia stalla oggi sede dell'Azienda Agricola Monterberry e con gli oggetti riemergono anche i tantissimi detti che vedono attori i pastori.</div><div>Spero raccontandovi le mie avventure...in brevi storie, di riuscire a portarvi indietro con me in un tempo ormai diventato troppo lontano dai nostri giorni.</div><div>Oggi vi lascio il primo dei tanti detti che ho raccolto...</div><div>Detto di pastori: "Chi nu ne tene pecore...nu re ne morono"</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 06 May 2021 13:31:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le Vie ai Monti]]></title>
			<author><![CDATA[Francesca Romano]]></author>
			<category domain="http://monterberry.it/blog/index.php?category=eventi"><![CDATA[eventi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000002"><div><span class="fs14lh1-5">Ci accoglie con gentilezza Francesca Romano, proprietaria da quattro anni dell’azienda di famiglia “Monterberry”. Ci dirà dopo che proprio quattro anni fa il papà avrebbero voluto vendere la proprietà ormai abbandonata ed in disuso.</span><br></div><div><br></div><div>Lei si era opposta ed ha deciso se pur in parte di “ritornare” alla sua vita da pastorella.</div><div><br></div><div>Sì, perché lei per tanti anni quando era più giovinetta faceva la pastorella ed era abituata a salire su quei monti che sovrastano l’azienda portando le pecore al pascolo.</div><div><br></div><div>A chi le chiede se ha avuto una infanzia negata, risponde con il pragmatismo della cultura contadina: “non c’erano alternative, avere gli animali significava dedicare la propria vita a loro.</div><div>E per quei tempi anche non tanto lontani, circa 20 anni fa, la pastorizia come l’attività agricola erano ancora la principale fonte di sostentamento per tante famiglie che vivevano a Monte San Giacomo”.</div><div><br></div><div>Iniziamo il nostro percorso salendo per i rivoli di un tracciato montano che appena si intravede tra le brulle radure. Oggi non seguiremo un “sentiero C.A.I.” ma una “storia” quella della giovane pastorella Francesca consulente del credito a Vallo Scalo.</div><div><br></div><div>Vorrei come al solito indicare io il percorso da realizzare per salire con minore asprezza quei monti ma Francesca con gentilezza mi sottrae temporaneamente di mano lo scettro del comando: “Leonardo vieni di qui ho qualcosa da farti vedere e da raccontare.</div><div><br></div><div>Mi porta per un piccolo passaggio tra due rocce deviando leggermente il percorso che avevo individuato. Poi mi spiega: “di qui transitavo sempre al termine delle mie giornate al pascolo facendo passare ad una ad una le mie pecore per contarle e verificare che ci fossero tutte”.</div><div><br></div><div>Siamo circa una ventina a salire per questi monti, le Serre di Monte San Giacomo che nascondono i pianori adatti al pascolo di Campo Soprano e Campo Sottano.</div><div><br></div><div>Il distanziamento sociale verrà imposto dall’impervia salita caratterizzata da un discreto pendìo.</div><div><br></div><div>C’è qualcuno che arranca per qualche disavventura fisica avuta in passato: verrà premiato in cima con un applauso da parte di tutti gli escursionisti che nel frattempo hanno creato un piacevole “spirito di gruppo”.</div><div><br></div><div>Saranno passate circa due ore da quando abbiamo lasciato l’azienda e traccia dopo traccia seguendo i rivoli di sentiero tracciati dagli animali arriviamo su una cima di cui non sappiamo il nome: non importa, è un posto bellissimo dal quale dominiamo il Vallo di Diano e la sottostante Teggiano.</div><div><br></div><div>E’ una rupe che ci protegge dal modesto vento e sulla quale consumiamo il nostro frugale pranzo con particolare soddisfazione e piacere.</div><div><br></div><div>Mentre mangiamo, Francesca ci racconta un po' la sua esperienza ed in particolare quello che era il suo “cruccio” giornaliero: fare attenzione al pericolo dei lupi. “Il lupo, ci spiega Francesca, ammazza per istinto e non per mangiare. Di un branco di pecore può farne una strage”.</div><div><br></div><div>Proprio su una di quelli rupi Lei come al solito era dall’alto a controllare le sue pecore. I cani dormivano ma il lupo del colore grigio come le rocce che contornavano i pianori era in agguato e ben mimetizzano.</div><div><br></div><div>Senza che Lei nè i cani se ne accorgessero si avventa su una pecora ammazzandola, poi su un’altra azzannandola alla gola. Quest’ultima rimarrà ferita ma Francesca con l’aiuto di altri pastori riuscirà con un fazzoletto a tamponare l’emorragia e salvarla.</div><div><br></div><div>Ci consegna un giornalino da Lei realizzato dove potremo integralmente leggere il suo racconto e la sua esperienza.</div><div><br></div><div>Il nostro cammino riprende tra “le vie ai monti”. Siamo diretti traccia dopo traccia verso un rivolo di sentiero che eufemisticamente Lei descrive come “più comodo”.</div><div><br></div><div>Tagliamo gradualmente la montagna e riconducendoci al sentiero da dove siamo saliti ridiscendiamo in Azienda.</div><div><br></div><div>Spostandoci di poco acquisiamo panorami stupendi su tutte le montagne del circondario. Di fronte a noi, quasi a sembrare di poterlo toccare con mano, il Massiccio della Motola, poco più in là quello del Cucuzzo delle Puglie ed in lontananza il Panormo, la cima più alta della catena Alburnina.</div><div><br></div><div>Dietro di noi il Massiccio del Cervati e via via in lontananza dopo il Vallo di Diano si scorgono i Monti della Lucania: Il Volturino e la Montagna di Viggiano.</div><div><br></div><div>Riflettiamo: non è necessario salire in cima alla montagna più alta per godere di bei panorami!!!</div><div>Il suo lavoro di pastorella era sicuramente un sacrificio ma, se pur annoiata dalla ripetitività delle giornate passate in montagna quando il cielo era terso, Francesca godeva sicuramente della vista di splendidi panorami.</div><div><br></div><div>Arrivati al varco la nostra discesa ci distanzia ancora di più fino e, dopo qualche ora, siamo in azienda. Una lavata e vai con lo shopping!!! Si perché Francesca per questo suo ritorno al passato se pur non potendo avere cura di animali, si è dedicata alla attività agricola riprendendo la coltivazione di antichi semi.</div><div><br></div><div>Gli escursionisti fanno provviste di pasta aromatizzata al timo o all’origano, di patate e fagioli, quasi a presagire il malaugurato arrivo di un nuovo lock down.</div><div><br></div><div>Ma sarà sicuramente la giornata vissuta in piena empatia con la natura a creare una riserva di autostima che li salvaguarderà da un eventuale periodo di ristrettezze.</div><div><br></div><div>Alla chetichella, gli escursionisti raggiungono le loro auto parcheggiate lungo la strada provinciale: faranno un ritorno a casa appagati dalla piacevole giornata passata “sulle vie ai monti” ma anche pensierosi su quanto il corso delle vicende umane neghi e consenta al tempo stesso il godimento di uno dei nostri beni più preziosi: la libertà!!!!</div><div><br></div><div>Alla prossima, perché una prossima ovviamente ci sarà!!!!</div><div>Leonardo Ricciardi - Presidente Outdoor Campania</div><div><br></div><div>P.S.: Tutti i soci che partecipano alle escursioni se hanno piacere, possono raccontare la loro esperienza…….</div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 19 Feb 2021 15:05:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Lupo mi attacca...]]></title>
			<author><![CDATA[Francesca Romano]]></author>
			<category domain="http://monterberry.it/blog/index.php?category=storie_vere"><![CDATA[storie vere]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000001"><div>Circa ventisette anni fa', proprio il 12 agosto vivevo una delle giornate più spaventose, scioccanti e drammatiche della mia vita.</div><div><br></div><div>Avevo circa 16 anni e come tutte le estati trascorrevo le mie giornate aiutando i miei nell'attività di pastorizia.</div><div>Il mio compito era la custodia ed il pascolo di un gregge di circa duecentottanta pecore che rappresentavano la principale fonte di reddito per la mia famiglia.</div><div><br></div><div>Come ogni mattina sveglia alle 5:00 per poter permettere al gregge di raggiungere la cima della montagna prima che il sole fosse troppi cocente.</div><div>Si partiva proprio da dove oggi è la sede della mia azienda agricola Monterberry, a quel tempo tutta la struttura era adibita a stalla e fienile, e nella parte antistante il fabbricato, proprio dove oggi è allestita l'area Pic-Nic, c'era la "Corte" ovvero un recinto che consentisse agli animali di sostare all'aperto, e come tutte le "Corti" che si rispettino, la pianta di noce creava l'ombra e il fresco per il gregge.</div><div><br></div><div>Anche quella mattina del 12 agosto, si prospettava una giornata caldissima; completata la mungitura del gregge, aiuto mio padre nella medicazione degli animali con eventuali ferite, che ricordo avveniva con una mistura di zolfo e olio spalmata sulla ferita, per evitare che le mosche potessero infettare con vermi le piaghe, dopi di che, fra un insieme di tintinnio e suoni più o meno intonati di campanacci, il gregge esce dalla corte e si incammina per la strada sterrata che porta al " Varco Casale" luogo ai piedi della montagna che ne segna da sempre l'accesso.</div><div><br></div><div>Si tratta di un varco il cui spazio è ridotto ed è consentito il passaggio solo in fila indiana di pesone ed animali. Un varco fra due massi enormi, che sembra creato apposta dalla natura per realizzare una porta di accesso alla montagna.</div><div><br></div><div>Ricordo che era proprio in questo punto che, al rientro la sera, si provvedeva alla conta del gregge, e dopo una giornata al pascolo in alta quota, potevi avere la certezza di aver fatto un buon lavoro di pastore e custode del gregge se il numero delle pecore che oltrepassavano il varco corrispondeva allo stesso numero di quelle che lo avevano passato al mattino.</div><div><br></div><div>Purtroppo quel fatidico 12 agosto non ci fu bisogno di aspettare la conta della sera a "Varco Casale" per scoprire che i conti non tornavano, qualcosa durante il giorno era andato storto e purtroppo mancavano all'appello 5 pecore, e la loro perdita era stata definitiva.</div><div><br></div><div>Ma torniamo all'inizio di quella giornata vissuta in prima persona all'età di 16 anni, che non potrò mai dimendicare.</div><div><br></div><div>Partivo con il gregge ogni mattina per affrontare la scalata di circa due ore, che permetteva di arrivare in cima, oltrepassare la vetta e trovarci nel versante opposto dove alberi e vallate verdeggianti, rappresentavano il pascolo preferito dai greggi.</div><div><br></div><div>Ci troviamo a Monte San Giacomo, sulle montagna a confine con Teggiano, praticamente di fronte il Monte Cervati e attaccati al Monte Motola.</div><div><br></div><div>La salita era la parte più faticosa della giornata, seguivo il gregge, insieme a qualcuno dei cani pastori, quelli più pigri, perché invece quelli amanti del loro mestiere da bravi cani pastori precedevano il gregge andando all'avanscoperta, sia per fare strada al gregge stesso, ma soprattutto per avvertirlo di eventuali pericoli...</div><div><br></div><div>Portavo nel percorso i soliti accessori, una giacca, non tanto per il freddo, che pure poteva tornare utile perché in alta montagna le temperature anche ad agosto possono diventare pungenti, ma quanto per potermi stendere sopra e fare un sonnellino al fresco di qualche faggio durante le ore calde della giornata.</div><div>Nel mio corredo non poteva non esserci un ombrello perché in alta montagna anche con un celo azzurro al mattino, un temporale estivo ci mette un attimo a realizzarsi e lasciarti senza scampo e li sopra non trovi nessun ricovero.</div><div><br></div><div>Una borraccia di acqua, perché nessuna fonte o sorgente è presente in quella zona della montagna, e per bere occorre scendere necessariamente a valle, questo vale sia per le persone che per gli animali.</div><div>E ovviamente a completare il mio bagaglio lo zaino con dentro il pranzo, ovviamente nel mio non poteva mai mancare qualche libro per poter ammazzare il tempo e la noia.</div><div><br></div><div>Queste in genere erano le mie vacanze estive, che andavano da giugno a settembre, periodo in cui dalla costa cilentana dove trascorrevano l'inverno, ci spostavano con la transumanza in estate.</div><div><br></div><div>Ad agosto le giornate son9 lunghe, e ricordo che facevo delle lunghe dormite su letti di felci all'ombra di faggi o aceri, cullata dal fruscio delle foglie mosse da fresche brezze estive.</div><div><br></div><div>Il suono dei campanacci erano una musica di sottofondo in un silenzio altrimenti quasi assordante.</div><div><br></div><div>I pochi suoni oltre le campane erano dovuti al continuo schiamazzo delle cicali, da parecchie cornacchie e da qualche falchetto.</div><div><br></div><div>Suoni a cui l'orecchio ormai abituato quasi non faceva più caso, tanto erano concilianti per un bel sonnellino.</div><div><br></div><div>La pausa giornaliera, che preciso era d'obbligo soprattutto per il gregge, che non sopportando le alte temperature, durante le ore più calde della giornata, si fermava al fresco degli alberi.</div><div><br></div><div>Più o meno la sosta durava dalle 11.00 del mattino fino alle 17,00 del pomeriggio e anche quel dodici Agosto quando sto per raccontare avvenne durante questo lasso di tempo, ma a differenza degli altri giorni, quel giorno qualcosa non andò come di consueto.</div><div><br></div><div>Mi trovavo in una delle vallate più belle e panoramiche di quella parte di montagna, da quel punto potevo vedere tutto il Vallo di Diano, distingueva perfettamente Teggiano, San Rufo, San Pietro, Sant'Arsenio, Polla, Atena Lucana e Sala Consilina. Metà del Vallo era ai miei piedi... , e nelle mie fantasie fantasticavo ad immaginare la vita frenetica delle persone che vivevano in quei paesini, un vero divertimento per me costretta solo ad immaginare e dover invece passare le giornate a badare al gregge con intorno tutta quella calma e quel silenzio.</div><div><br></div><div>Ancora oggi nel pensarci mi provoca un po di risentimento, avevo 16 anni e avrei voluto trovarmi fra quelle case, fra la gente, per poter correre e giocare con i miei coetanei e invece potevo solo parlare con me stessa e con il mio gregge e i miei cani.</div><div><br></div><div>Forse era per questa voglia di comunicare che ricordo spesso facevo dei lunghi dialoghi ad alta voce da sola con me stessa...</div><div><br></div><div>Tornando a quel fatidico 12 Agosto, ricordo che mi ero posizionata sotto un acero a poca distanza dal gregge, erano circa le 14.30, la posizione scelta era ottimale sia per osservare il gregge in una visione di insieme, sia per mantenere la giusta distanza da esso ed evitare di essere attaccata dalle mosche...</div><div><br></div><div>I cani invece, cinque tra maremmani e san Bernardi si distribuivano in mezzo al gregge e uno di loro di fianco a me.</div><div><br></div><div>Questa la posizione che generalmente le parti assumevano durante la pausa.</div><div><br></div><div>Le giornate trascorrevano tutte più o meno con gli stessi ritmi, il mio ruolo era vigilare sul gregge affinché non ci fossero dispersi, ma sopratutto che non venisse attaccato dai lupi.</div><div><br></div><div>Si i lupi, proprio quelli delle favole, il terrore di tutti i bambini, che fin da piccoli sono un vero e proprio incubo, tanto che il solo nominarli mette tutti in riga e che invece per me rappresentavano fin dall'età di 7 anni un pericolo reale da cui difendere il gregge su quelle montagne.</div><div><br></div><div>Mi rivedo ancora io bambina, con in testa tutti i racconti ascoltati dagli altri pastori, da mio nonno, da mio padre, che raccontavano di vicende in cui i lupi attaccavano il gregge, facendo strage e razzia.</div><div>Immaginavo questo animale mostruoso, mescolando nella mia mente la sua immagine che era un po di fantasia e un po adattata alla descrizione dei racconti ascoltati.</div><div><br></div><div>È simile ad un cane pastore tedesco... mi dicevano, solo più piccolo, più chiaro...ma più astuto e cattivo.</div><div><br></div><div>Fino a quel giorno mi era capitato di vedere un lupo solo da molto lontano, indicatomi da un altro pastore, che scorgendolo a distanza me lo fece notare. Ricordo mi invitò a urlare e fare rumore affinché il lupo sentendo la presenza umana si mantenesse a distanza dalle greggi.</div><div><br></div><div>Altre volte era capitato di aver avuto a che fare con il lupo, ma non me ne ero accorta... se non che' alla sera nella conta degli animali rientrati all'ovile avevo fatto la triste scoperta di non aver riportato a casa tutte le pecore e il giorno dopo verificavo che l'assenza era dovuta alla triste scoperta della carcassa sgozzata e ormai già in parte mangiata dai lupi.</div><div><br></div><div>Il lupo sapevo che molto probabilmente avrebbe attaccato nascondendosi nella bassa vegetazione dei pascoli, procedendo aqquattato in modo silenzioso, e saltando sulla sua preda durante il pascolo, quando il gregge si stende nella vallata e quindi diventa per lui più semplice riuscire a sottrarne un componente senza spaventare gli altri...e senza farsi notare da pastori e cani.</div><div><br></div><div>Ricordo che gli anziani del mestiere mi suggerivano di gridare e fare rumore di frequente durante il giorno, in modo che la presenza umana fosse evidente, ma questo non è bastato quel terribile12 Agosto...</div><div><br></div><div>Quel giorno ricordo che ero quasi in un dormiveglia, sentivo il suono dei campanacci, erano tintinnio lenti e costanti come di consueto, ma ad un tratto sono divenuti di colpo più rumorosi, segno che qualcosa stava agitando il gregge.</div><div><br></div><div>Mi alzai, mettendomi in posizione seduta, e guardando il gregge che stazionava al fresco a pochi metri da me, vedo che proprio di fianco al gregge qualcosa di strano costringeva una delle pecore a staccarsi dal gregge e a muoversi forzatamente, in pochi istanti realizzò che vicino c'era qualcosa che assomigliava a un cane, ma non era il colore dei cani del mio gregge...non era un mio cane.</div><div><br></div><div>Questo era più grigio, potevo adesso vederlo meglio e lui vede me, i nostri sguardi si incrociano, io mi alzo e mi dirigo verso di lui per capire con precisione cosa stesse succedendo, come mai quell'intruso era li.</div><div><br></div><div>Sposto di pochi metri lo sguardo e a terra vedo un'altra pecora a pancia in aria... non dormiva, non era quella la posizione in cui dormono...osservo meglio e vedo che aveva il collo pieno di sangue....realizzò che era morta. Era stata sgozzata. Il lupo!!!</div><div><br></div><div>Il lupo, a quel punto ci sono reali possibilità che sia stata ammazzata da un lupo.</div><div><br></div><div>Sto avanzando sul luogo del pecoricidio... e riporto il mio sguardo sull'essere visto poc'anzi, mi osserva anche lui fermo, osservo meglio, ha gli occhi grigi e cattivi, la bocca in torno al collo della sventurata pecora che è immobile terrorizzata da quando gli sta accadendo.</div><div><br></div><div>Provo a lanciare un grido, per spaventarlo e inizio a correre verso di lui... ma dalla mia bocca non esce nessun suono, sono a pochi passi da lui, che continua a guardarmi senza scomporsi. Con una calma che mai potrò dimendicare, il lupo lascia la presa, mi guarda, riesco finalmente a lanciare un grido, si svegliano i cani che non si erano accorti di nulla fino a quel momento, e iniziano ad abbaiare.</div><div><br></div><div>Senza alcuna fretta il lupo si gira e si allontana, in pochi istanti scompare tra la vegetazione, a nulla serve l'avventarsi dei cani sulle sue tracce...è scomparso.</div><div><br></div><div>Realizzo che sono stata attaccata dai lupi, il gregge è li, una pecora morta a pochi metri dal gregge e una rimasta ferma pietrificata, ancora in piedi con due rivoli di sangue che scorrono dal suo collo.</div><div><br></div><div>Chiamo aiuto, un altro pastore a qualche centinaio di metri dal mio gregge mi viene in soccorso cerco di raccontargli l'accaduto, ma non riesco a trovare le parole, sono scioccata... riesco solo a dire il lupo, il lupo ...e mostro la scena del crimine.</div><div><br></div><div>Il pastore, un anziano del posto, guarda la scena, prende velocemente dalla tasca un fazzoletto e lo avvolge intorno al collo della pecora sanguinante per bloccare la perdita ematica. La malcapitata continua a restare ferma come paralizzata.</div><div><br></div><div>In questo modo si riesce a bloccare il sangue che fuoriesce dai fori causati dalle zanne, all'altezza della giugulare. Il pastore anziano cerca di farla riprendere, di farla muovere, mi ordina di portare la borraccia con l'acqua e glie la svuota in testa... il getto di acqua la rianima...come uscita da un ipnosi la pecora torna cosciente, un po stordita si inizia a muovere e si ricongiunge al gregge, con il collo avvolto nel fazzoletto.</div><div><br></div><div>A quel punto muoviamo il gregge da sotto gli alberi interrompendo il riposo quotidiano e facciamo la conta dei danni...</div><div><br></div><div>Ben 5 morti e un ferito.</div><div>Questo il ricordo che ogni 12 Agosto non potrò da quel giorno mai più dimenticare...</div><div><br></div><div>By le mie storie di pastori</div><div>Di Francesca Romano</div><div><br></div><div>Se vuoi ascoltare altre delle storie che ho vissuto durante la mia infanzia a Monterberry,</div><div>Allora non puoi mancare il 24 Agosto</div><div>Clicca sul link</div><div>⬇️⬇️⬇️⬇️</div><div>https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2508538025870520&amp;id=1078387918885545</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 19 Feb 2021 14:08:00 GMT</pubDate>
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